Ma lo sapevi che... ?

Deceuninck e la Teoria delle Finestre Rotte

Deceuninck e la “teoria delle finestre rotte” dagli esperimenti sociali una teoria che ti invita a prenderti cura del contesto in cui abiti sostituendo i tuoi vecchi o rotti infissi

Con l’espressione “teoria delle finestre rotte” si indica quella teoria sociologica secondo cui investendo le risorse, umane, finanziarie, nella cura dell’esistente e nel rispetto della civile convivenza si ottengono risultati migliori rispetto all’uso di misure repressive. Al contrario, trascurando l’ambiente urbano, si trasmettono segnali di deterioramento, di disinteresse e di non curanza. Ad esempio, l’esistenza di una finestra rotta (a cui il nome della teoria) potrebbe generare fenomeni di emulazione, portando qualcun altro a rompere un lampione o un idrante, dando così inizio a una spirale di degrado urbano e sociale.
Se in una strada normale un giorno qualcuno, un teppista spacca una finestra con una sassata la gente viene sfavorevolmente colpita da questo episodio. Ma se il giorno dopo nessuno la ripara e la gente continua a passare davanti vedendo che la finestra è ancora rotta e nessuno si prende l’impegno di ripararla comincia a pensare che sia normale che la finestra sia rotta. Poi magari qualcuno spaccherà un lampione, bucherà la ruota di una macchina, farà uno scippo o qualche reato più grave. Il concetto di fondo di questa teoria è che la criminalità, quella piccola, ma anche quella grossa, è sostanzialmente figlia del mancato rispetto delle regole elementari del vivere civile.

La “teoria delle finestre rotte” viene enunciata per la prima volta in un articolo di scienze sociali pubblicato da James Q. Wilson e George L. Kelling. dal titolo “Broken windows. The Police of Neighborhood Safety”, (in «Atlantic Monthly», marzo 1982, pagg. 29-38) sostenendo che L’ordine pubblico è qualcosa di molto fragile e se tu non ripari la prima finestra rotta. Presto tutte le finestre saranno rotte.
In realtà, il concetto di “finestre rotte” nasce alla fine degli anni’60, esattamente nel 1969 quando uno psicologo sociale dell’Università di Stanford (USA), il professor Philip Zimbardo (più noto per aver realizzato l’esperimento del carcere di Stanford, che ha ispirato diversi libri e film) condusse un esperimento. Abbandonò, senza targa e col cofano aperto, due automobili identiche (stessa marca, modello e colore) in due località ben distinte: un’auto nel Bronx a New York, quartiere notoriamente povero e considerato conflittuale; l’altra in una zona ricca e tranquilla della California, a Palo Alto. Le due auto così parcheggiate, furono costantemente tenute sotto controllo da un team di specialisti che avevano lo scopo di studiare il comportamento delle persone venutesi a trovare in prossimità delle stesse auto.
Come ben ci si poteva attendere l’automobile situata nel Bronx, dopo appena poche ore era già stata smantellata e privata di ruote, motore, specchi, radio, etc; in sostanza, tutti i materiali e gli accessori ritenuti utili furono rubati, mentre quelli non utilizzabili, vennero distrutti. Al contrario, l’automobile abbandonata del quartiere più ricco e tranquillo, preservava le medesime condizioni di quando vi era stata collocata, in altre parole, rimase praticamente intatta. Tale risultato portò a trarre la conclusione che il crimine e il delitto non fossero altro che figlie della povertà e dell’emarginazione.
Tuttavia, tale esperimento non terminò in questo modo. Infatti, successivamente dopo una settimana il professor Zimbardo decise di cambiare le condizioni dell’auto situata a Paolo Alto, rompendole un finestrino. Il risultato? L’auto in questione venne ridotta come quella che si trovava nel quartiere del Bronx a New York. In pratica, i ricercatori assistettero alla stessa dinamica di degrado e atti di vandalismo (furti e violenze) che aveva subito l’altra auto. Inoltre, Zimbardo rimase sorpreso dal fatto che la maggior parte dei saccheggiatori di tale auto non avevano affatto l’aspetto di criminali o di persone bisognose e disagiate, ma sembravano persone comuni che nessuno avrebbe classificato come potenziali vandali prima di poterle vedere all’opera.

L’ulteriore e nuova conclusione cui giunsero Zimbardo e i suoi ricercatori, fu quella secondo la quale la causa di simili atti di vandalismo non risieda nella povertà o nell’essere disagiati, ma nel fatto che il finestrino rotto di un’automobile abbandonata, come può esserlo anche la finestra di un edificio trascurato, trasmetta l’idea di disinteresse e noncuranza. In tali situazioni si genera un pervasivo senso di mancanza di leggi, norme e regole per cui ogni danno subito dall’auto o da un edificio riafferma e moltiplica l’idea che il vandalismo possa diventare incontenibile in quanto espressione dei nostri peggiori istinti.

Insomma, anche se la “Teoria delle finestre rotte” non è unanimemente accettata a livello accademico, questo esperimento, e tutti quelli svoltisi negli anni’80 a New York (USA) dai criminologi Wilson e Kelling e tra il 2007 e il 2008 a Groeningen (Paesi Bassi) da Kees Keizer, tendono a dimostrare che nella realtà il comportamento individuale viene indotto dall’ambiente circostante e dall’impressione profonda che suscita.
In conclusione, la teoria della “broken window”, descrive una condotta sociale tale per cui gli aspetti imperfetti dell’ambiente generano la sensazione che la legge non esista. Pertanto, in una situazione nella quale non vi siano norme, è più probabile che si producano atti vandalici, anche forti del fatto che difficilmente i trasgressori potrebbero essere giudicati o puniti.
Se una finestra rotta non viene riparata, chi vi passa davanti concluderà che nessuno se ne preoccupi e che nessuno abbia la responsabilità di provvedervi. Se le finestre rotte sono due le probabilità che se ne aggiunga una terza aumentano. Ben presto ne verranno rotte molte altre e la sensazione di anarchia si diffonderà da quell’edificio alla via su cui si affaccia, dando il segnale che tutto sia ammesso. Una sorta di effetto domino del degrado. Se la finestra rotta viene invece subito riparata, il processo di solito si ferma.

Ovviamente, se applicata “al contrario”, la teoria si associa al concetto del “dare il buon esempio”. Le persone tendono ad adeguarsi, avvicinarsi, preferire situazioni, persone o luoghi a loro stessi affini e se impossibilitati a scegliere tendono a cambiare per uniformarsi.

In altre parole, se decidi di dare il buon esempio sostituendo i tuoi vecchi e rotti infissi con quelli di Deceuninck, dimostrerai senso di responsabilità e che ti prendi cura del contesto in cui abiti.

E gli altri imiteranno il tuo comportamento virtuoso…

Sostituire per credere!